La voce atopica: presenza dell’assenza

di Helga Finter

Tecnologie e crisi della rappresentazione
A partire dall’esperienza vocale di Antonin Artaud, il lavoro sulla voce nel teatro si è indirizzato a cercare  ciò che manifesta la presenza del corpo in una voce. A partire dagli anni ’70 però, l’utilizzo di media come il  Microport, gli altoparlanti e più tardi i  sound computer, i  vocoder o i  sampler – contribuiva invece a radicalizzare la rappresentazione dell’alterità che appartiene alla voce e alla parola: separando l’emissione della voce dal corpo stesso dell’attore è messa in crisi l’unità del  personaggio. Ma Artaud, già prima dell’intervento di qualunque apparecchiatura tecnica, ci aveva  fatto  comprendere tale separazione, grazie al lavoro sull’intervocalità che suggeriva di ricevere la voce a teatro come sempre già altro,  plurale  e  senza un luogo definito, per cui si distingueva dalla dimensione virtuosistica dell’intervocalità attoriale. Mentre questi facevano comprendere la molteplicità delle voci della scrittura  assumendo  le parole secondo una verosimiglianza vocale, l’Artaud polilogo iniettava corpo in una scrittura che per la sovrapposizione di voci -parole, ne proiettava una utopia come rapporto ad altrettante voci e parole soffiate.
L’intervento di un apparecchio tecnico rendeva la voce straniata tanto quanto la parola: separandola dal corpo visibile sulla scena smontava la verosimiglianza del legame fra corpo e linguaggio e con questo la rappresentazione del personaggio in scena. Oggi noi assistiamo ogni giorno, a una generalizzazione, manovrata dal commercio, di voci prive di qualsiasi sostegno di presenza fisica: sono infatti registrate o trasmesse con tecniche di telecomunicazione. Se l’intrusione di queste voci poteva ancora suscitare delle impressioni di una umheimlich di cui testimoniano alcuni testi della fine del XIX e dell’inizio del XX – ad esempio Jarry, Kafka o Benjamin – la voce senza corpo fisico ha, da qualche decennio, invaso  il nostro quotidiano con gli eredi digitalizzati della telefonia, del grammofono, della radio, del magnetofono ecc. Noi dialoghiamo con queste voci, le sentiamo e le ascoltiamo, seguiamo le loro raccomandazioni nelle nostre attività di tutti i giorni, per esempio in macchina con i GPS.
Ci siamo adattati all’assenza fisica della presenza vocale. Se conoscessimo le persone che emettono o hanno emesso queste voci, esse sorgerebbero davanti ai nostri occhi interiori anche con il loro corpo fisico, oppure noi conferiamo alle voci sconosciute un’immagine corporea secondo delle regole implicite di probabilità e di verosimiglianza, secondo il loro corpo vocale. Quindi gestiamo ogni giorno senza problemi l’assenza fisica di un portatore di voce, sostituendogli immaginariamente un’immagine corporea derivante dalla presenza del suono e del tono e della prosodia di quella voce.
Questo fenomeno della ricezione di una voce registrata o telecomunicata è abbastanza vicino a quello della ricezione della voce della scrittura. Se abbiamo frequentato da vivi alcuni scrittori o sentito semplicemente le loro voci registrate – come quelle di Gertrude Stein, Marguerite Duras o di Heiner Müller per esempio – quando leggiamo i loro scritti, possiamo sentire la loro voce allo stesso modo che quella delle lettere dei nostri parenti e amici. Per  coloro  cui tale frequentazione vocale manca, è lo  stile degli scritti che ci fa immaginariamente sentire le loro voci.


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